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Come trasformare una sconfitta in una rinascita

Ogni giorno è un’opportunità per rinascere e rigenerarsi. È proprio quello il segreto della vita: riuscire sempre a trovare nuovi stimoli e risollevarsi. Anche quando tutto sembra essere finito. Anzi, è proprio nei momenti di maggiore difficoltà che si può trovare il giusto input, la forza per alzare la testa e segnare un punto di svolta con il passato.

Nel corso dei miei coaching e interventi, invito spesso il mio interlocutore a utilizzare un momento di difficoltà vissuto come spinta motivazionale per trovare stimoli ed energie. E questo non è un discorso che si può fare solo a livello individuale, ma anche di gruppo, come ad esempio è accaduto in occasione della famosa preparazione della finale di Coppa Italia 2013 tra Lazio e Roma.

Anche lì, infatti, c’è stato un momento di difficoltà, uno di quelli che avrebbero potuto minare la fiducia e le certezze costruite nel corso del finale di stagione. Da quando iniziai la collaborazione con la Lazio, a supporto di mister Vladimir Petkovic, arrivarono subito tre vittorie: 6-0 con il Bologna, 3-1 con l’Inter e 2-0 con la Sampdoria. Ma nell’ultima giornata di campionato, l’ultima prima della finale di Coppa Italia, la squadra perse inaspettatamente con il Cagliari.

Entrando nello spogliatoio dopo quella partita, percepii lo stesso atteggiamento di scoramento che trovai quando iniziò la mia collaborazione un mese prima, quando venne richiesto il mio intervento dalla società biancoceleste. La sconfitta con il Cagliari spinse il presidente Lotito a mandare in ritiro la squadra e io, in quel momento, ebbi la percezione che avremmo vinto la Coppa. Dopo aver volato nell’ultimo periodo, i ragazzi furono costretti a rimettere i piedi per terra e non perdere così di vista l’obiettivo.

Ed è proprio su quella sconfitta, brutta e inaspettata, che costruimmo la vittoria della Coppa Italia, trasformandola così in una “benedetta sconfitta”. Fu un momento per guardarsi tutti negli occhi, per lavorare ancora di più sullo spirito di squadra, sulla coesione del gruppo, l’intensità agonistica. Feci in modo che la squadra visualizzasse ancora di più la vittoria finale, facendogliela sentire come se fosse già acquisita.

Tutti dovevano essere disposti a fare dei sacrifici a livello individuale per il bene del gruppo. Questi concetti sono molto più facili da assimilare dopo una cocente delusione.

Il provvisorio momento di demotivazione ha facilitato il mio intervento, perché come per magia in quelle situazioni si diventa tutti umili e disponibili all’ascolto. La nostra mente, infatti, quando non sa che pesci prendere, si aggrappa a tutto quello che succede intorno e che ritiene sia utile per uscire da una certa convinzione.

Così lavorai sulla fiducia del gruppo, in modo che ognuno sapesse di poter contare sull’altro. E visto che in quel momento mancava la fiducia individuale, feci in modo di aumentare quella dell’unione e della coesione del gruppo, creando un’amalgama tra tutte le persone e accrescendo di conseguenza la fiducia.

Per arrivare in modo più diretto ai giocatori, allora, insieme al mister Vladimir Petkovic iniziammo a organizzare dei giochi, apparentemente banali ma estremamente efficaci. L’obiettivo in quel momento era far tornare bambini quel gruppo di calciatori professionisti, per far rinascere in loro la consapevolezza dell’essere una squadra.

Tanti i giochi di gruppo ai quali feci partecipare la squadra in quel periodo. Uno di questi consisteva nel tenere un tubo e far scorrere la pallina al suo interno senza farla fermare: quando la pallina stava per uscire, poi, doveva arrivare un altro componente della squadra reggendo un altro tubo e far proseguire così la corsa della pallina. La squadra che avrebbe fatto percorrere più metri a quella pallina avrebbe vinto la sfida.

C’era un grande spirito di collaborazione da parte di tutti e divertendoci insieme cementammo la squadra. Ricordo gente come Lorik Cana e Senad Lulic che spesso bluffavano e tentavano di ottenere qualche vantaggio, altri come Klose e Candreva che non ne volevano sapere di perdere, nemmeno in quel contesto. Miro incitava continuamente (in modo molto serio e riflessivo) i suoi compagni di squadra, Antonio invece era più verace, e con il sorriso sulle labbra sbuffava quando qualcosa nel gioco andava storto: “Ah rega’, avete rotto: dobbiamo vincere”.

Ricordo poi che una volta, in un altro gioco di ruolo, Radu si arrabbiò perché non era d’accordo con un passaggio del gioco e se ne andò. Io lo seguii nello spogliatoio per parlare con lui e dopo un po’ intervenne Petkovic, un mister molto attento alle dinamiche mentali. Vlado andò dal resto della squadra che era in attesa del ritorno di Stefan per ricominciare a giocare e disse: Dovete continuare a giocare, senza guardare la decisione del singolo: se un giocatore non dà quello che potrebbe dare, allora questo può condizionare il risultato finale. Ma se una squadra vuole sopperire anche a questa mancanza, può continuare a giocare e vincere ugualmente. E a vincere quel gioco fu proprio la squadra “orfana” di Radu.

Tutti questi espedienti e molti altri ancora hanno fatto sì che si creassero due elementi fondamentali: da una parte lo spirito di gruppo, fondato su un obiettivo comune (quello di vincere la Coppa Italia, ovviamente), dall’altra la fiducia e il rispetto reciproco, evitando atteggiamenti sbagliati in campo nei confronti del compagno, sia plateali che attraverso la comunicazione non verbale.

Queste sono state le armi vincenti: e non sarebbero state assimilate così bene, se prima non ci fosse stata quella brutta sconfitta a Trieste con il Cagliari. È anche per merito di quella batosta, che la Lazio è potuta rinascere ed entrare nella storia.